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LE DIFFICOLTA' PER L'EXPORT VINICOLO NEGLI USA

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L'IMPASSE ALL'EXPORT NEGLI USA SPIEGATO ANCHE DA TRASFORMAZIONI DELLA STRUTTURA DI IMPORTAZIONE E DISTRIBUZIONE

(www.enopress.it). "Prosegue l’impasse italiano nella commercializzazione di vino sul mercato statunitense, con la Francia che allunga decisamente il passo". Così scriveva Enopress lo scorso 8 dicembre nell'articolo Impasse Italia negli Usa e la Francia allunga'.

0.Vino italiano Usa e Uk i mercato wine monitor nomisma italia

Secondo l’Osservatorio Paesi terzi di Business Strategies, le importazioni a valore dei vini del Belpaese aggiornate ai primi 10 mesi di quest’anno hanno infatti perso ulteriore smalto (+1,4%, a/a, fonte dogane) a tutto vantaggio dei cugini d’Oltralpe (+16,4%) – che dopo il sorpasso provano la fuga – e della Nuova Zelanda (+8,3%). Nel primo mercato della domanda mondiale, che resta in grande ascesa (+6,4%), il market leader tocca a ottobre quota 1,393 miliardi di euro contro 1,352 miliardi di Roma, complice la recessione dei fermi imbottigliati italiani (-0,1%) a fronte della nuova impennata di quelli francesi, ora a +18,3%.

“L’Italia – ha detto la Ceo di Business Strategies, Silvana Ballotta – rimane in testa nel segmento dei vini fermi, ma è proprio qui – dove tradizionalmente siamo più forti – che scontiamo di più il recupero francese. Paghiamo il noto gap promozionale ma sembra anche che gli Usa preferiscano festeggiare l’uscita dalla crisi alzando i calici dei nostri principali competitor”. Per l’Osservatorio di Business Strategies il prezzo medio è come al solito il principale tallone d’Achille, con i vini francesi che entrano nel mercato Usa ad un valore medio per litro di quasi 10 euro contro i 4,89 di quelli italiani (nel caso dei vini fermi imbottigliati il gap è minore ma pur sempre significativo: 7,96 euro contro i 5,07 euro dei nostri vini).

Sotto media della domanda statunitense (+10,3%) anche gli sparkling italiani (+7,6%), la cui quota di mercato si abbassa a poco più della metà sugli champagne francesi (+13,1%).

- Fonte: Osservatorio Paesi terzi Business Strategies - Nomisma Wine Monitor su dati dogane

A queste note che guardano soprattutto lle statistiche quantitative e di valore, si aggiunge WineMeridian di oggi con una nota di Fabio Piccolo che incuriosisce e informa. 

Quello che abbiamo imparato a Vinexpo New YorkOltre ai fenomeni illustrati nell'articolo precedente, un nuovo allarme suona per la tipologia degli importatori. Ne emerge un mix che dovrebbe essere analizzato dagli operatori e dalle nostre autorità con grande attenzione-

Leggiamo cosa  scrive Fabio Piccolo.

"La prima edizione della nota manifestazione francese nella Grande Mela ci ha confermato la veloce trasformazione della struttura di importazione e distribuzione negli Usa con un numero crescente di piccole realtà e la necessità da parte delle imprese di presidiare meglio un mercato così complesso

"La due giorni del Vinexpo di New York ci ha confermato alcune cose che avevamo già intuito e insegnato delle altre che vogliamo condividere con i nostri lettori. 
"Secondo i dati forniti dall’organizzazione gli espositori sono stati circa 500 provenienti da 23 diversi Paesi e i visitatori sono stati esattamente 3.446.
"Gli organizzatori, a partire dal patron Guillaume Deglise, si sono dichiarati molto soddisfatti di questa prima edizione che a loro parere a visto la partecipazione di autorevoli buyer e ha dato la possibilità di oltre 1.000 appuntamenti preventivamente definiti nell’ambito del programma “One to Wine Meetings”.

"Questo il giudizio degli organizzatori. Dal nostro osservatorio cosa abbiamo visto invece. Innanzitutto che la partecipazione è stata sì autorevole (nel senso che erano operatori veri e attivi sul mercato) ma in gran parte rappresentata da piccole se non addirittura piccolissime realtà, spesso di recente costituzione. Ma su questo fronte riteniamo che non hanno “sbagliato” gli organizzatori francesi ma semplicemente è lo specchio attuale della realtà di importazione e distribuzione del mercato statunitense."

"I distributori big, ma anche molti di medie dimensioni, hanno da tempo portfolio prodotti strapieno e difficilmente sono interessati a nuovi ingressi se non per sostituire qualche brand che dà poche soddisfazioni.

Pertanto, allo stato attuale, il dinamismo sul mercato Usa, se così si può definire, è concentrato su due aspetti: da un lato una miriade di piccole realtà di importazione che sono interessate a costruirsi un portfolio vini originale e dedicato e specifiche nicchie di mercato; dall’altro dai cosiddetti “importatori tecnici” che hanno capito il desiderio di molte imprese, soprattutto europee, di entrare sul mercato Usa ed offrono loro la possibilità di “portare” i vini in magazzini americani, ma da lì in poi il gioco torna nelle mani delle aziende.

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