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QUALE BREXIT? IL WHISKY NON VUOLE BARRIERE IN U.E.

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Allo Scotch Whisky è attribuibile il 20 per cento del valore di tutto l’export alimentare britannico, per un ammontare di 4,37 miliardi di sterline

(www.enopress.it). E'in distribuzione il Giornale dei Distillatori n.353, Luglio-Agosto 2018 con un'interessante carrellata di eventi e articoli, tra i quali appaiono dominanti i servizi dedicati ai whisky e whiskey i cui mercati sono sempre più condizionati dalle guerre commerciali, oltre che dall'uscita della G.Bretagna dall'UE. Leggiamo assieme  il giornale diretto da Guido Scialpi.

0.Giornale Distillatori

Avanza il whiskey irlandese Botta e risposta fra Washington e Pechino: dopo l’annuncio del presidente Donald Trump dell’imposizione di una tariffa doganale del 25% sulle importazioni dalla Cina per un valore di 34 miliardi di dollari, a decorrere dal 6 luglio, il governo cinese ha risposto nella medesima data con dazi identici su importazioni di pari valore dagli USA. Gli spirits USA sono fra le prime vittime della ritorsione cinese, e il colpo è duro per Whiskey americani e Bourbon: le esportazioni USA di spiriti stavano andando a gonfie vele, con un incremento di quasi il 1200% negli ultimi 16 anni.

In particolare, secondo il Distilled Spirits Council (DSC, l’analogo USA dell’AssoDistil italiana), le esportazioni di spiriti americani in Cina erano cresciute da 959,000 dollari nel 2001 a 12,8 milioni nel 2017, di cui 8,9 milioni di whiskey. L’auspicio che la crisi sia risolta in tempi brevi è stato espresso da Christine LoCascio, vice-presidente del DSC, la quale ha sottolineato che “il dazio del 25% colpisce i consumatori della Cina e il suo settore alberghiero, gli esportatori USA di whiskey ed i loro fornitori del comparto agricolo”. E’ il caso di notare che gli stati USA maggiormente colpiti da questi dazi punitivi cinesi sugli spiriti sono il Kentucky (dove si concentra il 95% della produzione mondiale di bourbon) e il Tennessee (dove si produce il whiskey-bandiera Jack Daniels): sono due stati che avevano energicamente sostenuto la campagna presidenziale di Trump, il quale, peraltro, non ha esitato ad annunciare, già il 10 luglio, che la prossima tornata del conflitto doganale colpirà, con un dazio del 10%, importazioni cinesi per un valore di 200 miliardi di dollari. La Scotch Whisky Association (SWA) esclude di poter tollerare barriere di qualsiasi genere, nell’assetto che l’interscambio commerciale fra Europa e Regno Unito assumerà dopo che la Brexit sarà stata compiuta.

E, in particolare, esige che nelle trattative in corso fra Londra e Bruxelles sia previsto un dazio zero sull’importazione britannica di tutto ciò che attiene alla produzione del whisky: l’acquisto in Europa di vetri, tappi e cereali non dovrà subire ostacoli tariffari né doganali. E anche l’export di Scotch Whisky - sempre secondo la SWA - dovrà continuare a godere di dazio zero nella UE, negli USA, in Canada e Giappone, a norma dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMS) e dell’accordo GATT del 1994.

Su queste posizioni si è espressa energicamente Karen Betts, direttore generale della SWA, in occasione della conferenza annuale dell’associazione il 3 luglio a Edimburgo, ed ha ammonito che per i distillatori scozzesi il danno potenziale per un mancato accordo sul commercio ammonterebbe a oltre 50 milioni di sterline l’anno di soli dazi. Allo Scotch Whisky è attribuibile il 20 per cento del valore di tutto l’export alimentare britannico, per un ammontare di 4,37 miliardi di sterline: è stato calcolato un ritmo di 39 bottiglie al secondo che vanno all’estero. Mentre si avvicina inesorabilmente la data cruciale dell’uscita britannica dall’UE del 29 marzo 2019, si fa sempre più concreto il pericolo di una Brexit senza accordo (o Hard Brexit), che il settore del commercio alcolico britannico sta vivendo come un incubo: “La Brexit è una minaccia per la nostra industria - ha detto Karen Betts - che probabilmente ne sarà devastata”.

Alla conferenza di Edimburgo è intervenuto anche il vice-primo ministro John Swinney, il quale ha confermato che, intanto, il valore delle esportazioni di Scotch Whisky è cresciuto del 9 per cento, dal 2016. Malcontento per l’andamento a rilento della trattativa sulla Brexit con l’UE viene espresso anche dalla associazione dei commercianti di vini e alcolici WSTA (Wine and Spirits Trade Association) il cui direttore generale Miles Beale ha sottolineato l’importanza cruciale di arrivare alla Brexit con un accordo che preveda anche un periodo di transizione.

Ma il 20 luglio la Commissione Europea ha diramato agli Stati membri la raccomadazione di prepararsi alla possibilità di una Brexit senza accordo. Se così fosse, a partire dal marzo 2019 il Regno Unito diventerebbe a tutti gli effetti un “paese terzo”, le cui relazioni con l’UE sarebbero soggette genericamente al diritto internazionale e alla sola normativa dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMS). Un esempio illuminante delle complicazioni della vita che si abbatterebbero sui mercati britannici è costituito dalla situazione in Irlanda: attualmente la frontiera fra la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord sotto sovranità britannica è praticamente inesistente. Ripristinare i controlli alla frontiera interna dell’Irlanda produrrebbe sicuramente un malcontento difficile da governare, e non è nemmeno da escludere, nell’Ulster, un contagio della spinta scissionistica che si sta già risvegliando in Scozia, dove un numero crecente di elettori voterebbe ora più facilmente per restare in Europa piuttosto che in Gran Bretagna. E il Whiskey può giocare un ruolo vistoso, sull’assetto politico futuro dell’isola: dopo la Brexit, il ruolo di paese europeo bandiera del Whisky/Whiskey resterebbe all’Irlanda, che beneficierebbe dell’accesso a tutti i mercati dell’UE (vedi per esempio l’accordo CETA), da cui gli scozzesi resterebbero esclusi.

Anche se le dimensioni industriali del Whiskey irlandese sono dieci volte più piccole dello Scotch Whisky, la sua crescita è trionfale: secondo dati ultimamente diffusi dall’Irish Whiskey Association (IWA), le vendite sono cresciute dell’11,7% nel 2017, arrivando a 120 milioni di bottiglie, e la Repubblica d’Irlanda ha esportato Whiskey per 600 milioni di €, una crescita del 20% in valore. Sono 18 le distillerie attualmente operanti in Irlanda (contro le 118 in Scozia), ma altre 18 sono in via di costruzione, con un pullulare di nuove mini-distillerie artigianali. Nelle aspettative dell’IWA, il boom del Whiskey irlandese è destinato ad accentuarsi soprattutto in Europa, una volta consumata la Brexit, anche se attualmente il suo mercato più importante è negli USA (con qualche preoccupazione da quelle parti).

   

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